
Conosco Adriana Pulitì da molti anni. Ci siamo conosciuti come in un romanzo di Cervantes, sfidando le pale dei nuovi mulini a vento, ovvero gli impianti eolici realizzati in aree protette del territorio salentino. Poi è giunta la parola. Ho ascoltato le sue poesie. In altre occasioni ne ho lette alcune, e qualche anno fa ho introdotto e presentato il suo esordio letterario con il romanzo La libera Artenova. Adriana è prima di tutto una poetessa e scrittrice. Le sue pagine rivelano subito ciò che oggi ritroviamo pienamente nelle sue opere pittoriche. Un mondo interiore affollato di figure femminili, di simboli quieti e potenti, di una sensibilità che non cerca di stupire ma sfiora con la delicatezza del fiore e irradia fragranze colorate attraverso i suoi petali.
A partire da oggi, primo maggio 2026, quella stessa voce si fa colore, materia, luce. La galleria L’Arca, di Via Palmieri a Lecce, ospita la sua prima mostra personale di pittura, e non potrebbe esserci cornice migliore. L’Arca è una galleria che accoglie le tante forme artistiche presenti sul territorio. Si distingue per la sensibilità del suo curatore, Mario Passabì, un uomo dalla sterminata cultura pittorica, in grado di riconoscere i grandi maestri della pittura universale e ricordare aneddoti e curiosità dei tanti autori pugliesi che hanno esposto in galleria o semplicemente hanno intrecciato un rapporto di amicizia con lui. Anche il nome della galleria richiama un simbolo di attraversamento, cura, protezione.
Le tavole presenti in questa personale si distinguono per un uso leggero della tecnica ad olio, senza impasti eccessivi. Gli incarnati sono costruiti con una base giallo-ocra a cui si sovrappongono velature rosa-rosate, tecnica affine alla preparazione tradizionale fiamminga. Le campiture sono spesso stese a pennellate larghe e direzionate, quasi a separare concettualmente lo spazio del personaggio dallo spazio del mondo. Le composizioni sono quasi sempre centrate o asimmetriche a destra, con una tendenza al taglio cinematografico del soggetto. Il punto di forza più consistente è l’invenzione simbolica: ogni tela porta un’idea narrativa precisa, non una semplice rappresentazione. Il corpus di Adriana Pulitì emerge come un lavoro pittorico dotato di forte coerenza tematica, ovvero il femminile in tutte le sue declinazioni: madre, musa, pensatrice, creatura pop, figura onirica. La pittrice dimostra una capacità inventiva sul piano simbolico che supera le incertezze anatomiche occasionali, e offre una sensibilità cromatica subito riconoscibile.

Le tele che compongono la personale di Adriana Pulitì formano un universo figurativo coerente e armonioso, in cui il femminile è insieme soggetto, simbolo e linguaggio. Adriana dipinge donne di profilo, di fronte, di spalle, sole o in gruppo, reali o trasfigurate in busti, manichini, figure oniriche con la stessa ostinazione con cui certi poeti tornano sempre alla stessa parola: perché in essa trovano tutto.

Il primo riferimento che affiora guardando l’insieme, è quello alla grande tradizione del Simbolismo e del Surrealismo europeo. Come Odilon Redon, Pulitì popola le sue composizioni di oggetti che non descrivono ma evocano: un libro antico, una colomba, un gomitolo di lana (con immediati collegamenti alle sue liriche come il verso che appare nella poesia Vita, non a caso nella silloge Fili: Ordire/Sfare/Stracciare/Sfilare/Lettere al vento/Nulla nel testamento). Altri oggetti appaiono nelle tavole come una cornetta telefonica, un fiore e una profumiera, trasformando la natura morta in un paesaggio dell’anima. Come René Magritte, accosta elementi eterogenei nello stesso spazio pittorico senza spiegarli, lasciando che il senso emerga nell’osservatore come un ricordo improvviso. E come Salvador Dalí, introduce quella scissione tra il grande e il piccolo, tra il primo piano visionario e lo sfondo narrativo che fa di ogni tela un teatro in miniatura.

Ma Pulitì è anche pittrice del corpo e del colore. Nei ritratti più diretti si avverte la lezione della Tamara de Lempicka, soprattutto nella stilizzazione Art Déco dei profili, oppure di Gustav Klimt nella cura decorativa dei capelli e degli ornamenti, di Henri Toulouse-Lautrec nel gusto per la figura femminile come icona culturale. Nelle scene corali, la maternità, le tre donne che si scambiano un segreto, il pianista notturno circondato da spettatori, riemergono la solidità murale di Diego Rivera e la leggerezza fluttuante di Marc Chagall, con le sue figure liberate dalla gravità dalla musica e dal sogno. Il cielo turbinoso di quella scena notturna è poi un omaggio dichiarato a Van Gogh, alla sua idea che la notte sia più viva del giorno.
La gamma cromatica è personale e convincente, con incarnati costruiti per velature ocra e rosa e una tavolozza che vira dal magenta acceso delle composizioni più pop, dove si avverte l’eco di Roy Lichtenstein,ai blu cosmici e profondi delle figure più introverse, vicine all’espressionismo emotivo di Egon Schiele.
Se si volesse tracciare una mappa letteraria di questo corpus, i nomi che vengono in mente sono tutti al femminile o comunque legati al femminile come tema centrale. C’è Virginia Woolf nell’allegoria della musa con il libro e la colomba, quella stanza tutta per sé che è condizione necessaria della creazione. C’è Sylvia Plath nella figura avvolta nel blu che piega la testa su se stessa, assediata da un universo splendente e ostile. C’è Jane Austen nel gruppo di donne che mormorano qualcosa, perché il pettegolezzo lo sapeva bene la Austen è sempre stato una forma di potere. E c’è Marguerite Duras nella donna al telefono con la luna sullo sfondo, in quella conversazione notturna che potrebbe essere d’amore o di addio.

Il filo che unisce tutto, e Adriana lo rende visibile in modo quasi letterale nella tela del manichino e del gomitolo, è la continuità tra pensiero e fare, tra l’idea che abita la mente e il gesto che la traduce nel mondo. La donna che lavora a maglia in lontananza è connessa al grande busto pensante in primo piano da un unico filo di lana: non c’è creazione senza corpo, non c’è corpo senza storia. È questa, forse, la dichiarazione poetica più precisa dell’intera mostra.
Adriana Pulitì non è una pittrice che illustra, è una pittrice che pensa per immagini, con la stessa serietà e la stessa libertà con cui pensa per versi e per prosa. Le sue tele chiedono tempo, lo stesso tempo che si dà a una poesia, e restituiscono, a chi si ferma, quella rara sensazione di aver incontrato qualcosa di già conosciuto ma finalmente insignito della sua autentica aura magica e popolare. In fondo, l’arte serve proprio a questo. Comunicare universi e mondi che altrimenti resterebbero nell’ombra. Adriana lo scrive nella poesia che introduce la raccolta Fili:
Le parole non servono.
«Cos’hai detto?»
Le parole non servono.
«Sì… hai detto bene… lo stufato è scotto.»
L’esperienza mente.
«Ti culli in inutili certezze.»
Funambolismi.
Fili, tentativi, giochi di parole.
[…]
Lecce, Galleria l’Arca, via Palmieri 28 – 1-10 maggio 2026 – 10:30-17:00
Dario Melissano


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